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Il commento di don Piero. Chi veglia e attende, ama veramente, senza ‘sé’ e senza ‘ma’

Il Vangelo di questa prima domenica di Avvento è un forte invito alla vigilanza. Si apre con un categorico «fate attenzione» (v. 33) e si conclude con un pratico «vegliate» (v. 37), lasciando risuonare al suo interno una serie di martellanti imperativi, corredati e intessuti con la parabola del portinaio che veglia (vv. 34-36). Non sapendo quando sarà la fine, i discepoli devono mantenersi pronti come quei servi il cui padrone ha intrapreso un viaggio senza dire quale sarà il giorno in cui ritornerà. Il discorso, pur parlando della fine del mondo e della venuta del Figlio dell’uomo, sceglie di porre l’accento sulla vigilanza; a essa faranno bene a dedicarsi quanti vivono nel tempo intermedio, tra la prima e la seconda venuta del Signore. La frase finale apre un orizzonte universale perché dai discepoli, destinatari iniziali (cfr. 13,1.5), si arriva al «tutti» del v. 37, per i quali risuona l’imperativo: «Vegliate!».

La parola di Gesù non intende tingere di rosa un futuro carico di minaccia, non pretende di illudere le persone poste di fronte a situazioni talora drammatiche, non concede di annacquare un dato per sua natura duro da accettare. Questa parola mira a formare i discepoli – non solo informarli – e lo fa per mezzo di un’esortazione calda e di una raccomandazione pressante. Lo si nota subito dalla sequenza degli imperativi riversati nel testo: «Fate attenzione, vegliate…».

Il tempo finale è già scoccato, anche se il suo compimento resta sconosciuto agli esseri umani, perché parte del mistero di Dio: «non sapete quando e il momento». Il termine greco kairós, tradotto con «momento», contiene l’idea di un tempo speciale, decisivo. È facile leggervi il riferimento al ritorno glorioso del Signore, alla fine della storia.

L’imperativo «vegliate» è indirizzato con convinzione alle persone che sanno ascoltare. Non a caso il monito suggella il brano, conferendogli la forma di un mandato operativo. La vigilanza equivale all’assunzione di un atteggiamento saggiamente equilibrato, capace di evitare il doppio scoglio, quello di un fanatismo incontrollato, che vuole almanaccare sul futuro, e quello di un irresponsabile disimpegno nella costruzione di un mondo migliore.

L’attesa assume la dimensione particolare della speranza, che si colora di solerte amore e si concretizza in un atteggiamento di intelligente sollecitudine. Ognuno ha il proprio ambito di azione, come ricorda la parabola: «A ciascuno il suo compito». Non vale delegare al portinaio l’incarico di vegliare, anche se a lui è stato ordinato espressamente di vigilare (v. 34). L’imperativo è trasmesso, immediatamente dopo, a tutti poiché il ritorno del padrone, che responsabilizza tutti, potrebbe essere improvviso. L’idea è esplicitata nel dettaglio delle quattro fasi della notte che, in quel tempo, servivano da punti di riferimento, come lancette di un orologio naturale: la sera, la mezzanotte, il canto del gallo, il mattino. È assolutamente vietato prendere sonno ed è necessaria una veglia continua: non si attende un avvenimento ma Qualcuno.

Il sonno “proibito”, come si può facilmente dedurre, non è certo quello naturale, che giunge alla fine di una giornata lavorativa. È il sonno dell’indifferenza, della neghittosità, del cupo ripiegamento su sé stessi, dell’abbandono della fede, della dimenticanza di Cristo. Al contrario, il vegliare è il coefficiente di una salutare inquietudine e di una speciale disposizione permanente, che non si rassegnano a una fede facile e feriale, pressappochista o, peggio, qualunquista. La veglia è piuttosto una condizione morale fervida, la precisa volontà di concentrare tutta la propria attenzione sulla persona di Gesù, ricevendola con amore nel grembo della vita quotidiana.

Con l’esortazione a una vita cristiana dinamica e operosa: «Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!» si conclude questo discorso, che non ha chiarito il ‘quando’ della fine del mondo, ma ha detto il ‘perché’: il mondo finisce perché viene il Cristo glorioso a rendere beata e definitiva la sorte degli eletti.

Continua vigilanza e vitale attesa: sono queste le due condizioni per accogliere con amore Colui che è venuto una prima volta duemila anni fa; colui che viene sempre nella storia quotidiana di ogni uomo; colui che verrà alla fine del tempo. In termini definitori potremmo dire: chi veglia e attende, ama veramente, senza ‘sé’ e senza ‘ma’.

Buon Avvento!