Gradini di santità. «I suoi uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: è fuori di sé» (Mc 3,21)
09/06/2018
Verbo di Dio. Liturgia della Parola di domenica 17 giugno, XI del tempo ordinario
16/06/2018

Il commento di don Piero. Cristiani non si nasce; si diventa.

C’è una sorta di assedio attorno al rabbì venuto da Nazaret. All’evangelista Marco piace registrare i diversi volti di una folla che sembra aver trovato il suo leader. Ma si sa, un leader non incontra mai accoglienza universale. È sempre segno di contraddizione: di accoglienza rasente al fanatismo e di rifiuto, sordo o palese. 
Sono quattro infatti le reazioni che l’ evangelista coglie nella gente che lo cerca. 
La prima è appunto quella della folla. La massa: sempre emotiva, ondeggiante, sovente presa da fanatismo travolgente. Il realismo è davvero palpabile. Si parla di «molta folla», di «gran folla», da ogni dove. «Sentendo ciò che faceva» molti «gli si gettavano addosso per toccarlo» . Insomma Gesù è fisicamente assediato. È costretto a prendere una barca per sottrarsi all’impeto della ressa; non gli resta neppure il tempo per tirare il fiato e prendere cibo. Ma perché l’assedio? 
Perché, osserva Marco, la gente vedeva «ciò che faceva». Non è di tutti i giorni incontrare un prestigioso taumaturgo di mali che nessuno sa guarire. 
Ma non tutti restano affascinati dal rabbi capace di gesti fuori del comune. I «suoi» ad esempio. Essi sono vivamente allarmati, preoccupati. D’altra parte Gesù stesso ne è consapevole, soprattutto a Nazaret: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua» (Mc 6,4). Insomma i parenti fanno fatica a capire i «segni» di Gesù. È fuori schema, sragiona; e vorrebbero osteggiarlo o sottrarlo all’assedio della folla. Forse si sentono umiliati dalle sue stranezze. 
Ancora più grave è l’accusa degli uomini della capitale, gli scribi venuti da Gerusalemme. Anche per loro i fatti sono palesi, irrefutabili. I miracoli ci sono. Non si possono negare. Ma se ne da un’interpretazione balorda. Gesù sarebbe posseduto dal «signore delle tenebre», Beelzebul; e scaccerebbe i demoni in suo nome. Davvero ridicolo, ribatte Gesù. Come può satana scacciare se stesso? Un regno diviso sarebbe decisamente spacciato. 
Ma soprattutto Gesù smaschera le accuse del magistero degli scribi, che stravolgono diabolicamente i segni della sua opera. Ciò è peccato gravissimo, «contro lo Spirito Santo». Una colpa imperdonabile: perché interpreta i segni di Dio come opera di satana; perché ostinatamente chiusa ai gesti della misericordia: «In verità vi dico, chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non avrà perdono in eterno». L’espressione «in verità» ricorre tredici volte in Marco, e vuole introdurre un insegnamento solenne, basato sulla propria autorità. 
E infine un’altra cerchia di persone vorrebbe avvicinare il Maestro: sua madre e i suoi fratelli. Ancora i familiari. Ma Gesù indica finalmente chi sono i «suoi». 
Non sono coloro che lo cercano perché fa cose straordinarie; non sono neppure quelli del suo ceppo, e tantomeno i sapienti di Israele; ma sono coloro che fanno «la volontà di Dio» ; «coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» . 
Non mancano neppure oggi i segni della presenza di Gesù. Per lo più sono segni umili, modesti, immersi nella sequenza dei giorni. Non sono segni clamorosi come i miracoli. Il modo più abituale del comunicare di Dio e la sua parola, i sacramenti della Chiesa, la testimonianza dei credenti. Comunque, sempre, il linguaggio semplice o straordinario dei segni ha un solo obiettivo: la conversione del cuore, non il clamore della notizia in prima pagina. 
Non si è cristiani quando si rincorrono i fatti straordinari del soprannaturale, dimenticando quelli semplici e quotidiani. Si diventa famiglia di Dio ascoltandolo, aderendo alla sua volontà, usando il suo linguaggio, entrando nel suo disegno di salvezza. 
Cristiani non si nasce; si diventa.