Verbo di Dio. Liturgia della Parola di domenica 6 maggio, VI di Pasqua
05/05/2018
Gradini di santità. «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» ( Gv 15,16)
05/05/2018

Il commento di don Piero. Dire «fedeltà» significa dire una vita in crescita, anzi una vita evangelicamente riuscita

Il testamento dell’amore (Gv 15, 9-17). Anche questa è una vetta nel vangelo di Giovanni. Già la parola «agape», carità, amore, porta in alto, là dove solo il contemplativo sa arrivare per dono e per esperienza, superando i sentieri tortuosi e impacciati della ragione.

Nella drammatica e commovente vigilia c’è la confortante consegna di Gesù: «Rimanete in me» (Giovanni 15,7). La tristezza dell’addio sembra lenita da una certezza: il perdurare di una comunione misteriosa del rimanere in lui.

«Ma come? », sembra chiedere lo sguardo mesto dei discepoli e della comunità giovannea.

La risposta di Gesù entra nel vivo del suo testamento; intona un inno sublime all’amore. Appunto un vertice, pari al capitolo quarto della prima lettera, là dove Giovanni dà il nome più vero a Dio, l’Amore; pari al capitolo 13 della prima lettera ai Corinzi, là dove Paolo tesse l’elogio prismatico della carità.

Gesù spiega in che modo si concretizza esistenzialmente il «rimanere in».

Esso si identifica con il rimanere nell’amore . Le parole di Gesù sono incalzanti, concrete; e forniscono alcuni tratti dell’amore di Dio per l’uomo che passa attraverso Gesù.

L’amore pone delle condizioni precise: l’osservanza dei comandamenti e segnatamente il comandamento dell’amore fraterno. Non c’è asintonia entro l’orizzonte dell’amore; c’è invece ricerca affettuosa della volontà della persona amata.

L’amore è finalizzato alla gioia del credente; diversa da quella promessa dal mondo. La gioia invade il cuore del discepolo amato da Cristo, e diventa risposta sulla stessa lunghezza d’onda.

L’amore ha pure una misura, che è il dono senza misura. Totale. Il dare la vita sulla bocca di Gesù non suona in modo metaforico, bensì in senso strettamente realistico: sullo sfondo c’è la croce.

L’amore ha un linguaggio: la confidente comunicazione dei misteri . I discepoli non sono più degli estranei, dei servi; ma amici, ormai partecipi dei segreti della storia di salvezza.

L’amore ha una radice ultima: l’elezione . È Gesù a scegliere i suoi. È questa la confortante certezza: tutta la vita del discepolo, dal suo inizio, riposa nel segreto del cuore di un Dio innamorato dell’uomo, e nell’amore di Cristo per tutti i suoi.

E qui sta pure la ragione più vera dell’efficacia missionaria. La Chiesa sa che il rimanere nell’amore porta molto frutto ed è il clima di un efficace dialogo nella preghiera (v. 16).

Sullo sfondo di questa «comunione cristologica», c’è l’odio da parte del mondo. L’amicizia con il suo Signore non sottrae la comunità cristiana alla lotta, alla violenza della persecuzione.

Essa verso la fine del primo secolo, quando Giovanni scrive il quarto vangelo, si sente nell’occhio del ciclone: da una parte i cristiani vengono scomunicati dalla sinagoga, l’antico ceppo d’Israele; dall’altra sono perseguitati dalla potenza pagana di Roma. Ma il discepolo lo deve sapere: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi». La potenza della comunità cristiana è l’amore, unico vero antidoto contro la violenza del mondo. L’amore riversa nel cuore dei discepoli l’onda fresca di una gioia che nessuno potrà togliere e di una pace fortificante. Perché Gesù per primo «ha vinto il mondo».

Gesù dunque fornisce i tratti essenziali del rimanere nell’amore. Anzitutto la reciprocità dell’amore, secondo due dimensioni: quella verticale, perché l’amore è osservanza dei comandamenti e adesione alla parola; e quella orizzontale, che diventa visibile nella testimonianza di vita fraterna. Solo così dall’amore nasce la gioia. Quando si è in balia dell’io, o degli altri, non c’è pace né tantomeno gioia. Il centro gravitazionale di una vita riuscita o di una comunità cristiana feconda è Cristo.

In definitiva il «rimanere nell’amore» evoca una parola un po’ esotica in questa cultura: la fedeltà. A Dio, quale fondamento granitico di ogni altra fedeltà; soprattutto a quelle persone con le quali Dio ha intrecciato il destino di ciascuno.

A cinque settimane dalla Pasqua Dio è ancora di casa nella nostra vita, nelle nostre famiglie?

Dire «fedeltà» significa dire una vita in crescita, anzi una vita evangelicamente riuscita.