Gradini di santità. «Guardate le mie mani e i miei piedi:sono proprio io! Toccatemi e guardate» (Le 24,39)
14/04/2018
Settimana in parrocchia. Appuntamenti dal 16 al 22 aprile
15/04/2018

Il commento di don Piero. La fede dei credenti ha proprio bisogno di dare «carne» ed «ossa», «mani» e «piedi» al vangelo

Chissà come saremo dopo la temuta soglia della morte! Domanda inquietante ma non inutile, in un tempo in cui persino taluni credenti inclinano a dare credito a forme che nulla hanno a che fare con la risurrezione.

Il desiderio che la morte non sia l’esito ultimo del segmento della vita approda talora sulla battigia di una fumosa immortalità o di strane forme di reincarnazione. C’è una sorta di rivincita della ragione contro l’assurdo della morte.

In verità anche la comunità destinataria di Luca, inquinata da infiltrazioni greche, era esposta a immaginare l’«oltre-vita» come una sopravvivenza eterea dello spirito, oltre il carcere del corpo. Comunque il problema non era estraneo ai discorsi della comunità cristiana, Luca pertanto precisa: Gesù risorto non è uno spirito immortale, destinato a sopravvivere oltre lo scacco della morte. E neppure una persona rediviva, ritornata alla condizione di prima. Il Cristo risorto, «primizia di coloro che sono morti» (1Cor 15,20) come ama ripetere la catechesi paolina, è entrato in una condizione del tutto nuova. Destino, questo, di ogni uomo chiamato alla ribalta dell’esistenza; condizione nuova di cui tutta la persona è fatta partecipe: corpo e anima.

Il realismo del terzo evangelista è palese come in nessun altro passo. Gesù non è un «fantasma», tale da incutere paura. «Sono proprio io!». Il Risorto sembra sollecitare gli occhi dei Dodici a posarsi sulle sue mani e sui suoi piedi. Sono proprio le mani e i piedi di Gesù di Nazaret: quelle mani che i discepoli hanno visto accompagnare la parola luminosa ed efficace del maestro; quelle mani che avevano toccato le infinite ferite del dolore umano; quei piedi che avevano percorso i molti sentieri della Galilea e della Giudea; ma soprattutto quelle mani e quei piedi forati dai chiodi dei crocifissi fuori città.

Appunto il Cristo morto ora è il Risorto; è entrato in una condizione assolutamente inedita, che suscita non più lo «spavento» del fantasma, ma la gioia e lo stupore e, alla fine, la fede dei discepoli.

Luca tuttavia non si accontenta di rimarcare il realismo del Risorto; bensì accentua il realismo dei testimoni. Chi sono costoro? Alla luce del Signore dalle mani e dai piedi segnati, ecco la grande missione per i discepoli. Il terzo evangelista anticipa, alla chiusura del suo vangelo, quanto dirà estesamente nel libro degli Atti: la missione della comunità nata nel giorno di Pasqua.

In cinque versetti c’è tutto il contenuto del primo annuncio dei discepoli. Essi devono annunciare Gesù come il realizzatore di tutte le Scritture, la chiave di volta di tutta la storia; devono dire il Cristo morto e risorto e nel suo nome predicare la conversione di tutte le genti e il perdono dei peccati. Opera immensa, universale, senza frontiere. Una follia per la sapienza umana. Per questo viene promessa la Pentecoste. La Pasqua non è pensabile senza l’avvento dello Spirito.

Ecco dunque il realismo dei testimoni: i discepoli, con il vigore della parola e con la trasparenza della vita, sono spinti a proclamare l’evento del Risorto. La preoccupazione di Luca è solare: nel Risorto c’è lo stesso Gesù di Nazaret in «carne e ossa»; nei discepoli c’è la stessa presenza salvifica del Risorto.

Parte di qui la grande sfida della nuova evangelizzazione, nella quale siamo chiamati a sentirci coinvolti: dalla capacità dei credenti di essere testimoni; di essere segni della presenza tangibile, visibile del Risorto. «Gesù in persona apparve in mezzo a loro».

Gli uomini insomma devono poter toccare con mano. La fede dei credenti ha proprio bisogno di dare «carne» ed «ossa», «mani» e «piedi» al vangelo, affrancandolo dall’astrattezza. Ciò significa pensare, desiderare, guardare, operare come Gesù; significa tendere le mani, camminare nella stessa direzione del vangelo.

Ecco il realismo del testimone credibile e convincente; benché molti ritengano che il vangelo «sine glossa» (senza edulcoramenti) sia una bella utopia. È invece l’unica prospettiva che rende la vita vera e gioiosamente pasquale. Ovviamente con la potenza dello Spirito.