Verbo di Dio. Liturgia della Parola di domenica 11 marzo, IV di Quaresima
10/03/2018
Gradini di santità. «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» ( Gv 3,17)
10/03/2018

Il commento di don Piero. L’amore di Dio è chiamata alla vita pasquale, attraverso l’apertura verso l’alto e verso l’altro

Nel vangelo della quarta domenica di quaresima (Gv 3,14-21) parla solo Gesù. L’interlocutore è in ascolto: Nicodemo, uomo onesto, cultore della legge, affascinato dal rabbi venuto da Nazaret. Lo ha raggiunto di notte, a quattrocchi. Il problema posto è la fede, la vita nuova, che a poco a poco dipana la matassa confusa dell’uomo in ricerca.

La fede. Gesù con delicatezza e determinazione solleva il velo sul suo volto; con due immagini plastiche molto care al quarto evangelista.

La prima è l’icona di Gesù «innalzato» da terra. Ricorre tre volte nel vangelo di Giovanni. L’innalzamento proietta sul mondo l’ombra della croce; nasconde le mani violente degli uomini. Mani macchiate di sangue. Ma rivela al mondo il mistero di Gesù: la morte e la gloria, la terra e il cielo. Gesù innalzato porta con sé la violenza del mondo e riflette la gloria della Pasqua.

Ma ancor più l’innalzamento svela il cuore del disegno di Dio: chiunque sa alzare lo sguardo su quel segno «ha la vita eterna»; sa «chi è Gesù» (Gv 8,28); e soprattutto viene preso nel vortice universale della salvezza: «Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 13,32). Il crescendo è potente. La fede è sguardo su Gesù, per lasciarsi prendere dall’onda liberatrice della grazia, che fluisce come acqua viva nei solchi inquinati del mondo.

Dal Figlio «innalzato» si passa al Figlio «donato».

La seconda icona fa luce ulteriormente sulla prima. Giovanni è ardito sulle vette del mistero, con sintesi vertiginose, che soltanto la fede contemplativa sa cogliere fino in fondo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito».

Ancora la croce sullo sfondo: essa è il senso più radicale del verbo «dare». Gesù lo ripete: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). E, sulla croce, non solo egli svela il suo volto di «passione e gloria», di umiliazione e vittoria, ma apre uno squarcio di luce sul volto del Padre: la storia della salvezza è un dono dell’amore che scaturisce dalla sorgente eterna e raggiunge la terra, tutti gli uomini: Dio ha amato il mondo con il suo cuore e con il cuore del Figlio donato.

Di fronte alle due icone reagisce il giudizio dell’uomo. Non è Dio a giudicare il mondo, ma l’uomo stesso a fare il giudizio su di sé, nel drammatico gioco della libertà, posta di fronte alla luce e alle tenebre.

Il venire della luce liberante è Gesù; ma l’uomo può chiudersi nel male oscuro del proprio egoismo. Il criterio supremo della fede dunque è chiaro: l’amore di sé o l’amore per la verita. Chi fa il male è immerso nell’amore di sé, ha lo sguardo appannato e non approda alla luce. Non può conoscere Gesù.

«Chi invece opera la verità viene alla luce». Fare la verità significa aprirsi all’azione di Dio, diventare artefici di storia. La verità non è qualcosa solo da conoscere, ma da operare. E allora chiunque si apre alla luce diventa luminoso: le sue opere diventano epifania dell’amore.

Nessuna parola, dunque, suona tanto concreta quanto l’amore. Trasuda da tutti i pori dei linguaggi umani. Dove non c’è amore viene a mancare la vita. Tuttavia essa suona del tutto astratta quando è attribuita a Dio. C’è una sorta di ottusita e lentezza a capire: come in Nicodemo di fronte a Gesù.

E invece, a pensarci bene, proprio nell’amore sta il senso piu vero e piu interrogante di ogni vita umana. Tu, io, noi ci siamo perché amati. Personalmente, per nome. La stessa fede è questione di amore.

L’amore di sé è condannato drammaticamente alla morte, sul piano inclinato del piacere, dell’assuefazione, della noia e del vuoto.

L’amore di Dio è chiamata alla vita pasquale, attraverso l’apertura verso l’alto e verso l’altro; guardando al Figlio «innalzato e donato».

Si annuncia ormai vicina la settimana santa. Non è forse ora di dare una sterzata all’esistenza quotidiana, per uscire dalla noia dell’insensatezza e riaccogliere la grazia del Risorto?