Verbo di Dio. Liturgia della Parola di domenica 5 novembre, XXXI del tempo ordinario
04/11/2017
Verbo di Dio. Liturgia della Parola di domenica 12 novembre, XXXII del tempo ordinario
11/11/2017

Il commento di don Piero. L’ipocrisia è quel terribile vizio che spinge a privilegiare l’apparire sull’essere

 

Mentre Gesù si trova nel tempio di Gerusalemme affronta una serie di controversie, rispondendo ad alcune domande che gli vengono poste, «per metterlo alla prova» (Mt 22,34; cfr. 22,15), dai rappresentanti dei gruppi religiosi presenti in Israele. Le sue risposte sapienti mettono a tacere gli avversari, tanto che l’evangelista può annotare: «Da quel giorno, nessuno osò più interrogarlo» (Mt 22,46).

A questo punto Gesù, capovolgendo la situazione che lo vede accusato dalle autorità religiose, si rivolge alla folla e ai suoi discepoli con un discorso, di cui nella liturgia leggiamo solo la prima parte, che attraversa tutto il capitolo 23 e si conclude con la sua uscita definitiva dal tempio (cfr. Mt 24,1). È un discorso duro e netto, che contiene anche i celebri sette: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti!». Vale la pena ricordare in proposito che i «guai!» – una forma espressiva ben attestata nelle Scritture, in particolare nei Profeti (cfr. Is 5,8-24,4; Ger 22,13, ecc.), è ripresa anche altrove da Gesù (cfr. Mt 11,21; 18,7; Lc 6,23-26, ecc.) – non sono, come spesso si sente dire, maledizioni: no, essi sono degli avvertimenti, dei severi richiami in vista della conversione; sono invettive e lamenti accorati nello stesso tempo, pronunciati da chi spera ancora che i destinatari di queste parole possano fare ritorno a Dio. Ma chi sono i destinatari di questi ammonimenti di Gesù? In primo luogo, evidentemente, «gli scribi e i farisei seduti sulla cattedra di Mose», ovvero le guide religiose del tempo. Più volte Gesù ha polemizzato con gli uomini religiosi di Israele, considerandoli particolarmente esposti, per il loro ruolo «esemplare», al grave peccato dell’ipocrisia. Ma questo rischio, e i comportamenti deplorevoli a esso connessi, toccano da vicino gli uomini religiosi di ogni tempo, compresi ovviamente quelli cristiani. Basti ricordare ciò che scriveva san Girolamo con lucido realismo: «Guai a noi, miserabili, che siamo ricaduti negli stessi vizi dei farisei!». Di più, le parole di Gesù si rivolgono a ciascuno di noi discepoli appartenenti alla sua comunità di ogni epoca, sempre minacciati dalla pretesa di annunciare agli altri un Vangelo che noi stessi non viviamo in prima persona.

Gesù si scaglia innanzitutto lapidariamente contro quanti «dicono e non fanno», l’esatto contrario di ciò che egli ha testimoniato con la sua vita: egli era credibile, affidabile perché le sue parole riflettevano il suo pensiero e le sue azioni erano coerenti con le parole. Ed è proprio da questa sua integrità che nasceva la sua autorevolezza, quella che induceva chi lo incontrava a «stupirsi del suo insegnamento, perché insegnava come uno che ha autorevolezza e non come gli scribi» (cfr. Mt 7,28-29). Poi Gesù precisa: «Legano pesanti fardelli e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito». Alla realtà descritta da questa immagine così espressiva si contrappone ancora una volta il comportamento di Gesù: egli è stato un maestro mite e umile di cuore, al quale potevano andare con fiducia coloro che erano stanchi e oppressi, nella certezza di trovare nel suo giogo dolce e nel suo peso leggero il vero riposo per le loro vite (cfr. Mt 11,28-30).

All’accusa di incoerenza, di doppiezza tra il dire e il fare, Gesù aggiunge poi quella di ipocrisia che, nelle sue varie forme religiose e sociali, discende da un’unica motivazione di fondo: «Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente». L’ipocrisia è quel terribile vizio che spinge a privilegiare l’apparire sull’essere, a costo di fingere, di simulare, di recitare una parte davanti agli altri. E questo perché si desidera apparire belli agli occhi altrui, ricevere l’applauso degli uomini, a prescindere dalla propria reale condizione interiore.

Gesù, che ha sempre cercato la sua «ricompensa» solo nel segreto del suo rapporto con il Padre (cfr. Mt 6,4.6.18), è impietoso nel condannare questa patologia: nel discorso della montagna aveva detto che questi ipocriti che vogliono gloria per se «hanno già ricevuto la loro ricompensa» (Mt 6,2.5.16), sia che facciano l’elemosina, sia che preghino, sia che digiunino; qui parlerà subito dopo dei pretesi «giusti» come di «sepolcri imbiancati, che all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni impurità» (Mt 23,27).

Non stupisce che al termine di questa requisitoria Gesù si presenti ai discepoli come unico vero Maestro e Guida. Solo seguendo lui si può camminare insieme verso il nostro unico Padre, Dio; solo la sua autorevolezza, quella di chi «è venuto non per essere servito, ma per servire» (Mt 20,28) e lo ha fatto con una vita integra e non auto-referenziale.