Verbo di Dio. Liturgia della Parola del 7 gennaio, Battesimo del Signore
07/01/2018
Gradini di santità. «E, uscendo dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui, come una colomba» (Mc 1,10)
07/01/2018

Il commento di don Piero. Nel battesimo di Gesù si compie l’attesa, si realizza la speranza di Isaia

È davvero uno scrigno la parola di Dio che la liturgia di questa festa ci dona. In pochi versetti si trovano compendiate verità vertiginose. Marco, da efficace narratore, sembra anticipare la risposta al grande interrogativo sotteso a tutto il suo racconto: «Chi è Gesù Cristo?». Lo scrive a caratteri cubitali, come sul frontale di un tempio, in avvio del suo vangelo: «Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio» . Ma soprattutto ne coglie i tratti forti sulle rive del Giordano. Gesù appare come un mistero unico, inaudito: lo rivelano due voci: la «voce» del deserto , quella del Battista; e la «voce dal cielo», quella del Padre.
Nella parola di Giovanni, il profeta della soglia, si coglie lo stupore della verità e il vigore dell’umiltà. L’uomo rude del deserto «vestito di peli di cammello» esprime una sorta di riverente timore, come di fronte a un gigante: Gesù è «uno che è più forte» . Egli porterà il nuovo battesimo, non solo per sollecitare alla conversione della vita; ma un battesimo come nascita della creatura nuova attraverso l’azione misteriosa dello Spirito Santo. Una figura vertiginosa, agli occhi del Battista: forte oltre ogni misura, di fronte a cui ogni profeta si tira indietro per non offuscarne l’immagine, la statura.
Ma è soprattutto il battesimo, in Marco, la prima grande epifania del mistero di Gesù; illuminato dalla «voce dall’alto».

Dunque in poche frasi soltanto, l’evangelista solleva il velo su quattro aspetti del volto di Gesù.
La sua umanità anzitutto. Egli è l’uomo che viene da Nazaret e si mette in fila con i peccatori nell’acqua corrente del fiume. Nazaret è il villaggio dell’insignificanza. «Può mai venire qualcosa di buono da Nazaret?» (Gv 1,45). Il Giordano è il fiume dei penitenti. Gesù si è caricato dell’insignificanza degli ultimi e del peso dei peccatori.
Ma sull’uomo venuto dalle alture di Galilea approda la speranza messianica: «Uscendo dall’acqua vide aprirsi i cieli e lo Spirito scendere su di lui» . Nel battesimo di Gesù si compie l’attesa, irrompe la primavera messianica; si realizza la speranza di Isaia: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi…» (Is 63,19).
È soprattutto la voce del Padre a rivelare il volto regale di Gesù: «Tu sei il Figlio mio prediletto». Sullo sfondo riecheggia il Salmo 2; ma Gesù non viene adottato da Dio come il discendente di Davide; egli è il suo Figlio unigenito, vero, chiamato a partecipare della sua gloria. È una luce sulla Pasqua di Gesù.
Non manca però la luce sulla sua passione: Gesù è il Figlio in cui il Padre «si compiace», perché sarà il profeta destinato a una singolare missione: come il «servo sofferente» di isaiana memoria chiamato a «proclamare il diritto alle genti» (Is 42,1).
Ecco dunque il mistero dell’uomo arrivato al Giordano: uomo, certo; ma in lui ci sono i bagliori del divino; Gesù è il Messia; è il Figlio del Padre: re e profeta.