Verbo di Dio. Liturgia della Parola di domenica 29 aprile, V di Pasqua
28/04/2018
Gradini di santità. «Chi rimane in me ed io in lui, fa molto frutto» ( Gv 15,5)
28/04/2018

Il commento di don Piero. Quanto più il credente fortifica la comunione con la vite, tanto più può portare frutti.

«Rimanete in me». Parole intense quelle di Gesù al capitolo 15 del vangelo di Giovanni. Un’allegoria fa da sostegno per evocare la comunione: quella della vite e dei tralci. Gesù si autodefinisce la vite. Anzi si identifica con la vite vera. L’immagine non era estranea alla memoria di Israele. Nella vigna si riconosceva lo stesso Israele, come popolo di un Dio vignaiolo, premuroso e paziente, sempre in attesa dei frutti; vigna che non poche volte aveva riservato «uva selvatica» (Is 5,2). Non erano mancate le stagioni deludenti. E tuttavia non era mai morta la speranza a cui dava voce il salmista:«Dio potente, ritorna e visita questa vigna…» (Sal 79,15).

Ora è Gesù stesso a presentarsi come la «vera vite».

La parabola che Egli racconta compone insieme tre immagini: il vignaiolo, la vite, i tralci. Essa dischiude uno spiraglio sul rapporto vitale tra il Padre, Gesù e i discepoli. È Gesù stesso a passare dall’immagine alle parole di vita concreta: «Rimanete in me».

Il «rimanere in» è una sorta di ritornello che scandisce il ritmo del discorso di Gesù. Espressione misteriosa, pregnante. Richiama la vera natura della vita del credente.

Ma l’accento non cade sulla presenza di Dio nel cuore del discepolo. È bensì il contrario. Questi, il credente, se prende coscienza di sé, scopre con sorpresa infinita di abitare entro l’orizzonte di Dio. Nel suo grembo di vita, come il bimbo nel grembo della madre. E il «rimanere in» è questione di vita o di morte per il discepolo. Appunto come per il tralcio l’essere innestato sull’arbusto della vite.

Solo il rapporto vitale con Gesù garantisce un esito decisamente fecondo: il «portare frutto». Un’esistenza piena e riuscita. Soprattutto in due direzioni. Verso l’alto: nella sorprendente efficacia della preghiera: «Chiedete quello che volete e vi sarà dato». E verso l’altro: il discepolo fa discepoli. Il servizio del regno, la missione nel mondo, sgorga da una comunione vitale con il Cristo. Quanto più il credente fortifica la comunione con la vite, tanto più può portare frutti. Insomma come scrive Ireneo: «La gloria di Dio è l’uomo vivente». Il discepolo innestato sul tronco espande in pienezza la propria umanità e da gloria al Padre.

Portare frutto. Ma attenzione. Quali frutti? In quale direzione? Del successo? Del denaro? Del piacere fine a se stesso? Pure in questa direzione c’è una sorta di simbiosi: testa e cuore, tutto può essere giocato entro l’orizzonte delle cose immediate. Tutta la vita. Anche questa è una sorta di alleanza. Ma si sa, drammaticamente effimera e deludente. Quando i tentacoli degli idoli avviluppano il cuore dell’uomo lo rendono schiavo. Si diventa tralci secchi e infruttuosi per la vite vera.

La comunione con Gesù, la vita di grazia, è una condizione assolutamente necessaria per portare frutto, quello che rimane. E il fruttificare, il dilatare l’orizzonte del regno, con la forza convincente della testimonianza, non è un hobby del cristiano, ma un dovere esigente e, alla fine, appagante.