La Gloria di Sant’Agata

La tela è incastonata nella parte centrale della grande tettoia ed è contenuta in una cornice sagomata e dorata, che bene si inserisce nella decorazione della tettoia stessa dal ricco ornato a voluta e ad arabeschi dalla perfetta indoratura.

Anche questo dipinto è di Nicola Malinconico, che lo eseguì su ordi­nazione del Vescovo Filomarini. Vi è raffigurata, al centro, S. Agata circondata da Angeli, da alati putti e da flessuose figure di Santi che sem­brano accompagnarla verso un cielo luminoso, nel quale si libra un An­gelo in atto di deporre la corona della gloria sul capo della Santa, che ha nel volto i semi di una serena dolcezza, espressione riuscitissima della intensità dell’estasi.

La tela è una sicura replica dell’Assunta che trovasi in S. Maria Donnalbina a Napoli

Nella S. Agata di Gallipoli, però, la bianca tunica sembra voler copri­re pietosamente le ferite causate dal sacrificio subito: inoltre, la veste ed il mantello della Santa e delle altre figure sono caratterizzati da un mor­bido panneggio, cui danno rilievo gli stupendi colori che vanno dal bian­co all’azzurro, al marrone, al rosso, al giallo, tutti luminosissimi, che consentono di creare non solo gradevoli riverberi, ma anche zone chiaro­scurali di grande effetto.Nelle parti estreme della tettoia sono inserite altre due tele dello stesso Nicola Malinconico: S. Pietro che visita S. Agata in prigione e L’eruzione dell’Etna fermata dal velo di S. Agata, altri due episodi della vita di S. Agata interpretati e riproposti dall’ artista napoletano con piena aderenza ai particolari.

La prima delle due tele, conosciuta anche con il titolo la medicazione dell’Apostolo Pietro, presenta una impaginazione che è poco movi­mentata rispetto al tema trattato, per una disposizione forse troppo stu­diata, in quanto “. . alla morte del Giordano, Nicola Malinconico piega verso modi più freddi ed accademici…”. che gli provengono dalla cultura classicheggiante romana.

Il dipinto reca la firma “Con. D. 54. Malinconico Pinxit (L. Scorrano restaurò)”. nella quale, la prima sigla “Con.” sta per indicare che Nicola Malinconico vuole mettere in evidenza il titolo di conte ricevuto nel 1706, la seconda sigla. “D.”, il titolo di cavaliere, della quale era stato insi­gnito in precedenza, la “54” rappresenta sicuramente un errore dovuto ad una cattiva interpretazione del restauratore e si deve leggere come ‘N.” cioè Nicola .

Nell’altra tela viene rappresentato l’episodio del velo che Nicola Malinconico rievocherà nel grande dipinto che occupa la parte di fondo del Coro: a differenza del dipinto della Medicazione di Pietro, qui si no­tano una movimentazione scenica più ricca, un tocco di maggiore sicu­rezza espressiva ed un impiego più brillante della cromia. Segno evidente che l’artista napoletano era tornato alla prodigiosa inventiva del suo mae­stro Luca Giordano.

La grande tettoia. infine, reca due stemmi: quello del vescovo O. Filomarini, che fece eseguire a sue spese la solida copertura, e quello di Mons. O. Muller che ne dispose il restauro nel 1905.