LAPIDE TEMPLUM HOC

Epigrafe marmorea del 1726 posta al di sopra della porta d’ingresso alla sacrestia dell’attuale Cattedrale

L’ANTICA CHIESA CATTEDRALE DI GALLIPOLI

Se dalle notizie sinora riferite deriva la certezza storica che già dalla fine del secolo VI Gallipoli è sede della cattedra episcopale con vescovi titolari che esercitano il proprio governo  in spirititalibus et in temporalibus sul territorio di quella che è ritenuta una delle più antiche Diocesi d’Italia, bisogna pur convenire che doveva pure esserci la Chiesa-Madre, anche se non è possibile produrre precise testimonianze circa il tempo di costruzione della fabbrica della stessa, il suo stile architettonico, le altre strutture e caratteristiche.Solo vaghe e generiche indicazioni sono contenute negli scritti dei memorialisti locali; qualche notizia in più è nelle relationes delle S. Vi­site Pastorali Locali, a partire dal secolo XVI in poi, e nei saggi di quegli studiosi che si sono interessati del problema: indicazioni e notizie che, se pure incomplete e scarne, fanno ritenere verosimile che l’antica Chiesa Cattedrale di Gallipoli sia stata eretta nel sito già occupato da un tempio pagano; una ipotesi, questa, per nulla azzardata, se si tiene presente che in altri numerosi centri ciò ha rappresentato una circostanza molto frequente, in seguito al progressivo affermarsi della religione cristiana.

La prima notizia, non più vaga e generica, è contenuta nella parte iniziale di una epigrafe marmorea fatta apporre nel 1726 dal Vescovo O. Filomarini al di sopra della porta d’ingresso alla sacrestia dell’attuale Cattedrale:

Templum Hoc, recita l’epigrafe, Olim Divo Johanni Chryso­stomo

Postea Divae Agathae

Post Eius Mammillae inventionem Anno Domini MCXXVI

La Chiesa Cattedrale gallipolitana, cioè, sino al 1126, era intitolata a S. Giovanni Crisostomo e da detta data, a seguito della in­venzione della Mammella di S. Agata, viene dedicata alla Martire di Catania, anche se l’uso dell’avverbio olim non risolve certo la questione della costruzione della Cattedrale stessa, pur sottintendendone l’esistenza in epoca anteriore al XII secolo.
Il dotto canonico F. D’Elia ne pone la costruzione “ …verso il secolo XII … ed essendo sorta in epoca normanna, doveva essere simile alle Cat­tedrali consorelle della Puglia, cioè di architettura normanno-pugliese”, anche se, come osserva più puntualmente C.L. Fontana, che si riferisce a quanto si rileva da una rara stampa. bisogna parlare in termini più propri di strutture architettoniche dell’arte romanico-pugliese .
Il documento sopra indicato consente, infatti, di notare le linee archi­tettoniche dell’antica Cattedrale gallipolitana, linee che possono essere specificate come di seguito.
La facciata, chiaramente cuspidata e pertanto senza architrave, pre­sentava al di sopra dell’ingresso centrale una piccola finestra rettangolare con timpano, oltre la quale era sistemato un rosone; il tetto a capriate non risultava molto spiovente e, mentre sulle basi d’appoggio laterali c’era una serie di pinnacoli, su quelle frontali era completato da archetti.
Sulle fiancate laterali di questa zona centrale dell’edificio si apriva­no sei finestre rettangolari per parte nel lato più alto; più in basso si sal­davano le due strutture corrispondenti alle navate laterali, coperte dal tet­to ad un solo spiovente, le quali risultavano piuttosto basse. Una porta af­fiancata da due finestre, poi, consentiva l’ingresso nella Cattedrale anche dalla sinistra.
Due caratteristici campanili asimmetrici completavano l’esterno del­la struttura. Quello a sinistra si sviluppava a tre piani con finestre bifore per piano sulle facciate volte a nord-ovest ed a sud-est, e con finestre sin­gole ad est e ad ovest: aveva un orologio tra la prima e la seconda cop­pia: in alto terminava con una campana e con due battitori delle ore. L’altro campanile sulla destra, era di dimensioni maggiori e si ergeva con cinque piani, oltre alla cella campanaria con copertura a cupola, completata da una croce: esso presentava finestre monofore ai primi due piani e bifore ai tre successivi. Una balaustra a colonnine correva tutt’in­torno superiormente al terzo piano. Il Ravenna, mutuando dalla S. Visita Pastorale del vescovo P. Cybo del 1567, riferisce che in una annotazione contenuta in quella relatio è detto:

“inveni in ipsa Ecclesia, prope portarm majorem,

in ala dextera, campanile magnum,

cum tribus campanis cum funibus suis.. “

Una ulteriore costruzione a tre piani e con ampie finestre verso l’in­terno si saldava al grande campanile, continuava in corrispondenza della fiancata destra della Cattedrale e, sviluppandosi ad angolo retto, andava ad addossarsi alla zona absidale esterna del sacro edificio: molto proba­bilmente costituiva la residenza del Vescovo e creava, al piano terra, un atrio scoperto.
Per poter dare una descrizione dell’interno di questa antica Cattedra­le bisogna necessariamente riferirsi ancora a quegli studiosi e scrittori locali che se ne sono interessati, sia pure con qualche discordanza.
Per il Ravenna, che continua a mutuare dalla S. Visita Pastorale del vescovo P. Cvho del 1567 (purtroppo andata perduta?), la planimetria presentava tre navate con l’altare maggiore ergentesi in fondo alla navata centrale, ed altri quattordici altari più piccoli sia nella navata sinistra che in quella destra. Riportiamo ancora dal Ravenna:
“Quei del lato destro erano sotto i seguenti titoli:
1- Altare e cappella di S Giovanni Battista — patronato di Dr. Bernardino Crisigiovanni
2 – Altare di S. Lorenzo – patronato di Antonio Lachibari
3 – Altare di S. Veneranda ,  senza patronato
4 –  Altare di S. Agapeto – senza patronato
5 –  Altare di S. Cosma e Damiano – senza patronato
6 –  Altare di S. Lionardo – senza patronato
7 –  Altare del Presepe – senza patronato
8 –  Altare dei Magi – senza patronato
9 –   Altare di M. Vergine – senza patronato
10 – Altare dell’Annunciazione di M. Vergine – senza patronato
11 – Altare di S. Nicola – senza patronato
12 – Altare dell’Assunzione di M. Vergine – senza patronato
13 – Altare della Purificazione di M. Vergine – senza patronato
14 – Altare dello Letterio? – senza patronato
Quei del lato sinistro erano sotto i seguenti titoli

1. Altare del Corpo di Cristo o del Sacramento – della antica omo­nima confraternita
2 Altare della Natività di Maria Vergine – senza patronato
3  Altare del Santo Spirito – senza patronato
4 Altare dell’ Assunzione di M. Vergine – patronato di Antonio Tricarico
5 Altare di S. Marco – patronato della famiglia Specolizzi
6 -Altare della Purificazione di M. Vergine – patronato di Lupo Coppola
7 – Altare di S. Venera – patronato di Paolo Almandrino
8 – Altare di S. Sebastiano –  patronato della Università Callipolita­na
9 –  Altare della Natività di M. Vergine – patronato di Samperio e Angelo Pirelli
10 -Altare di S. Giovanni Battista – patronato degli eredi della fa miglia Guglielmo Portiterri
11 – Altare della Purificazione di M. Vergine patronato della famiglia Camaldari
12 – Altare di S. Antonio di Padova –  senza patronato
13 – Altare di S. Giovanni Battista e del Crocefisso –  compreso tra due colonne di marmo che sostenevano il pulpito
14 – Altare di S. Agata – fatto erigere nel mezzo della navata centra le dal vescovo Zelodano, come testimoniavano le sue insegne incise lateralmente.

La notizia, che è riferita da Ravenna  non è da escludere in assoluto dal momento che S. Agata era stata già eletta ed acclamata Patrona della Città e dell’intera Diocesi ed a Lei era stata dedicata la Cattedrale.
Ciò risultava dalle due lamine di piombo murate nella fabbrica dell’antica Chiesa Cattedrale la prima di esse recitava:

“D.O.M TEMPLUM HOC QUOD PRIUS BEATO JOHANNI CHRISOSTOMO NUNC DIVAE AGATHAE MIRACULOSA MAMMILLA INVENTIONE CALLIPOLIS GRATAE SERVITUTIS OSSEQUIUM D.D.D»

La seconda lamina recava la data

“ANNO DOMINI MCXXVI”

Dette lamine, ritrovate in effetti nella vecchia fabbrica, per decisione di mons. O. Filomarini, furono inserite nel fastigio del dorsale del nuovo maestoso altare dedicato a S. Agata e l’evento venne registrato “… mediante instrumento del notaio Leonardo Oronzo Misciali di Gallipoli, sotto la data del 2 novembre 1719”.
Un così gran numero di altari trova la sua spiegazione nel fatto che “…in quei tempi si eressero da varie famiglie dei benefici ecclesiastici e colui che non aveva la cappella pubblica erigeva un piccolo altare nella Cattedrale con l’obbligazione al sacerdote di celebrare all’altare medesimo”.
Il can. Francesco D’Elia, che fa pure riferimento alla S. Visita Pastorale di mons. P. Cybo, asserisce che “… la Chiesa Cattedrale del XI secolo era composta da cinque navi e che, nella descrizione degli altari, si parla di ala prima et ala seconda a destra, e di ala pri­ma et ala seconda a sinistra.., con 31 altari, compreso l’altare mag­giore”
Se però teniamo presenti le precisazioni contenute nella S. Visita Pa­storale di mons. G. Montoja del 1660, che cioè l’antica Cattedrale di Gallipoli “… paucis ab hinc annis denuo raedificata loco alterius Cathedra­lis jam dirutae … erat parvae capacitatis, parum decentis structurae, et rui­nam minabatur…’, le notizie riportate sia dal Ravenna sia dal D’Elia appaiono in evidente contrasto riguardo al numero degli altari e delle cin­que navate, anche perché le cattedrali erette nel rispetto delle caratteristi­che dell’arte romanico-pugliese avevano in genere soltanto tre navate.
E’ più logico, quindi, ritenere che l’antica Cattedrale gallipolitana, eretta presumibilmente nel XI secolo, abbia avuto tre sole navate e che lungo le pareti laterali ci sono state delle piccole cappelle o edicole dedi­cate ai ventotto o trenta Santi, rispettivamente secondo quanto riportava il Ravenna ed il D’Elia. i quali si rifanno al vescovo Cybo.
Non è da escludere, tuttavia, che dall’XI secolo agli inizi del XVII, la fabbrica abbia avuto bisogno di opportuni lavori per assicurare la sta­bilità o per sostituire le parti intaccate dall’usura del tempo o addirittura cadenti, senza tuttavia che questi interventi avessero alterato le caratteri­stiche strutture originarie.
D’altra parte, nel Libro Rosso della Città di Gallipoli leggiamo che nell’aprile del 1485 la Universitas umilia a re Ferdinando d’Aragona una petizione, affinché intervenga a fare eseguire quegli urgenti lavori che la fabbrica della Chiesa Cattedrale richiedeva; ed ancora nel maggio del 1497 una più pressante richiesta viene indirizzata a Federico II  d’Aragona, in quanto era addirittura crollata un’ala della Cattedrale “… et sta discoperta et la pioggia che fa tutta integra va per la Chiesa quale è tanto nociva una con el vento entra senza reparatione… et non avendolo fatto detto nostro Vescovo, dare licentia et permettere ad essa Università possa pigliare tanto d’entrate di essa Chiesa quanto saranno necessarie al repa­rarnento suddetto…”
A seguito dell’invito del re, il vescovo Alessio Zelodano dispone “… di spendere ciascun anno sei once di oro pe’ bisogni della Chiesa Catte­drale…” e così  “…. rinnovò le due ali della Chiesa antica”.
Bartolomeo Patitari, inoltre, nelle sue “Memorie”, annota che la Cat­tedrale, a seguito dell’usura del tempo, aveva bisogno di essere restaurata.
Il Ravenna afferma, invece, che, pur dovendosi ritenere certa l’esi­stenza della Chiesa Cattedrale sin dal secolo XI, questa viene distrutta nel 1284, allorché Carlo I d’Angiò occupa e rade al suolo Gallipoli, di­struzione che costringe gli abitanti a rifugiarsi nella vicina Alezio e nel contado circostante, dove dimorano per circa cento anni, ed il vescovo ad esercitare le sue prerogative, avvalendosi, come “Cattedrale” della Chie­sa della Lizza, alla quale per tutto quel tempo si diede il titolo della Pro­tettrice S. Agata.
Ed ancora il Ravenna suppone, a titolo personale, che la Chiesa Cattedrale di Gallipoli viene riedificata insieme alla Città intorno agli anni 1314.
Ma Carlo Massa ha potuto dimostrare, sulla scorta di ineccepibili documenti, che non si è potuto assolutamente verificare l’evento della di­struzione dell’abitato e della Cattedrale.
E’ soltanto nel 1629 che, in sostituzione della precedente, se ne co­struisce una nuova.
L’usura dei materiali, infatti, si manifesta in termini di pericolo di nuovi crolli agli inizi del secolo XVII, tanto da giustificare la preoccupa­zione di mons. G. Montova perché le strutture risultavano parum decen­tes e la fabbrica, nel suo insieme, minabatur ruinam.
Si imponeva, perciò, procedere alla demolizione del vetusto sacro edificio ed alla conseguente edificazione di una nuova Chiesa Cattedrale.