Storia della Chiesa

Il 27 Maggio del 1629 si dà di mano al piccone demolitore e l’antica costruzione romanico-pugliese viene distrutta. Il successivo 31 maggio, come si legge in un documento che si conserva presso l’archivio di Stato di Lecce, si svolge la cerimonia della posa della prima pietra della nuova Cattedrale, alla presenza dell’arciprete d. Michele di Valandia, pri­ma Dignità del Capitolo, in rappresentanza del Vescovo Consalvo De Rueda in quei giorni assente, perché a Napoli, e di numerosi cittadini.

Per coprire le spese dei lavori concorrono i lasciti del munifico G. Giacomo Lazzari (uno degli uomini più illustri della Città, vissuto a cavallo del seicento, divenuto protomedico di Sicilia e professore di filoso­fia e medicina nell’Università di Messina, morto in Lecce nel maggio del 1628), il quale destina “per la fabbrica di S. Agata della Chiesa Catte­drale di Gallipoli, ducati sei miglia situati nella casa pia dello Spirito Santo e S. Eligio di Napoli e… item quello che rimarrà de’ miei beni in potere di Bonifacio Venneri,..” (come è indicato e precisato nel testamen­to di G. G. Lazzari, dettato al Notar G. Domenico Salviati il 27 maggio 1628).

Altre cospicue donazioni vengono dal vescovo De Rueda, dalle famiglie gallipolitane dei Venneri, dei De Marco, dei Cariddi ed ancora dai cittadini come i De Magistris, i Protopapa, i Munittola e lo stesso G. Andrea Coppola il quale si offre a dipingere la stupenda tela riproducente  il Martirio di Sant’ Agata, come segno di riconoscimento per il diritto di patronato all’altare dedicato all’Assunzione di Maria al cielo.

I disegni della fabbrica sono approntati dall’architetto gallipolitano Giovan Bernardino Genuino ed il Registro dei Conti, che alcuni anni ad­dietro abbiamo avuto la possibilità di consultare, ci ha fatto conoscere innanzi tutto che la direzione tecnica dei lavori è affidata “ai capimastri Francesco Bischettini e Scipione Lachibari, a ciascuno dei quali viene corrisposta la paga giornaliera di due tari e cinque grana, e che mastri co­struttori sono Giovanni e Masi Bischettini, Jacopo Lachibari ed ancora Giuseppe e Massenzio Lobsi o Lopez, Francesco e Giuseppe Anzilotto, Jacopo Senesi e Giuseppe Scarlata, ognuno pagato con un tari e dieci grana,materiali. Dallo stesso documento abbiamo rilevato, inoltre, che un certo nu­mero di operai, denominati “dolatori’, avevano il compito di eseguire sul posto la lavorazione dei quadretti di carparo per i muri e per le volte do­vevano approntare dei ‘rocchi” per le colonne, materiali estratti dalle vi­cine cave di S. Maria di Daliano. Del cantiere, poi, facevano parte parec­chi muratori comuni, detti ‘manipoli’.

Si è trattato, perciò, di diverse categorie di artigiani, il cui casato, che è ricorrente per non pochi di essi, sta a dimostrare, osserva il dr. M. Paone, ‘la dimensione familiare del cantiere artigiano che realizza S. Agata”.

Sempre nel sopra indicato documento è registrato, in data 8 dicem­bre 1629,  “… fatto mandato al signor Decano che Ducati trenta si paghino a G. B. Genuino per i disegni et fatighe di architetto fatte et faciende… Dc. Venti per le sue fatighe fatte alla fabbrica, Dc. 20,0,00” .

Intorno alla metà del mese di luglio 1629, i lavori subiscono una prima interruzione, perché le maestranze vengono impiegate per l’esecu­zione di opere urgenti nell’Episcopio; nel novembre successivo, però, si riprende la costruzione della fabbrica della Cattedrale, anche se si verifi­cano altre interruzioni e quindi altre riprese sino oltre la metà del seicen­to, senza che il sacro edificio possa essere ultimato. E poiché G. Bernar­dino Genuino muore nel 1653 (o 1655), egli non può vedere completata l’opera che aveva progettato con grande perizia.

Nel 1667 si procede ad un nuovo appalto dei lavori che viene aggiu­dicato dal capomastro Tomaso Sanasi, al quale si fa anche carico di rea­lizzare la fabbrica della nuova sacrestia, dietro compenso di cinquecento o seicento ducati. Ma è soltanto tra il 1683 ed il 1696 che la struttura del­la nuova Cattedrale può dirsi completata nelle sue parti, risultando di di­mensioni maggiori a quella del secolo XI e con profonde modifiche a partire dalla facciata che non conservò più le linee stilistiche del romanico-pugliese.

Inoltre, mentre l’antica Cattedrale fruiva di uno spazio circostante abbastanza ampio che ne consentiva una visione completa da diversi punti di osservazione, quella nuova offre una visione d’insieme molto li­mitata, in modo particolare per quanto riguarda la facciata e ciò non solo per le maggiori dimensioni, ma anche perchè lo spazio urbano rimasto all’intorno risulta piuttosto ridotto anche a seguito della costruzione di nuove abitazioni.

La planimetria della nuova Chiesa Cattedrale di Gallipoli è a grande croce latina, nonostante la presenza delle due navate che fiancheggiano la navata centrale;  e poiché si sviluppa su un piano rialzato rispetto a quello stradale, si accede all’interno per tre gradini ed attraverso l’ampio ingresso centrale ed i due più piccoli laterali.

La navata centrale, segnata sui due lati dalle colonne doriche, con il suo prolungamento sino alla zona dell’altare maggiore e del coro, costi­tuisce il braccio della croce latina i due bracci minori sono espressi dai due elementi del transetto. Le dimensioni dell’impianto risultano di m. 45 nella lunghezza massima e di m. 31 nella larghezza ; l’altezza, nel punto più elevato è di m. 30.

Quali le strutture architettoniche ?

La navata centrale, come abbiamo poc’anzi accennato, ha la scansio­ne determinata da dodici colonne doriche che, sino all’incrocio con il transetto, si succedono su ogni lato nel seguente ordine:

  • la prima è addossata alla parete di fondo;
  • le tre successive sono libere, cioè intervallate
  • le ultime due sono binate.

Esse con il loro capitello e con il cestello superiore fanno da base di appoggio agli eleganti archi a tutto sesto e finemente decorati, mentre gli spazi che si determinano tra gli archi stessi, sino alla fascia dell’architrave, sono ornati con rosoni.

 

Si sviluppano, quindi, procedendo in verticale

  1. a) – architrave che reca incastonati triglifi e metope e che si svolge lungo tutti i bracci della croce latina
  2. b) – il grande cornicione dall’aggetto ben pronunziato con dentellatura nella parte inferiore
  3. c) – l’attico nel quale si aprono ampi finestroni, che assicurano una illuminazione incrociata all’ interno. Un insieme di motivi architettonici, quindi, che crea un movimento delle masse di gradevole effetto.

Su queste strutture e sul grande arco che si innalza in corrispondenza delle colonne binate si scarica il peso del tetto a capriate, coperto però da un soffitto in legno finemente decorato ed ornato di pitture. Le due navate laterali, con volta più bassa ed a crociera e movimentata da una decorazione con festoni ad intreccio floreale e con rosette, hanno le pareti segnate da semicolonne che poggiano su un alto zoccolo ed in corrispondenza alle colonne della navata centrale ne risultano, pertanto. quattro cappelle con grandi altari per navata, inseriti nelle pareti e disegnati in alto da un arco a tutto sesto con cornicetta “a greca”.

Le due sezioni del transetto hanno la copertura con volta a crociera composita, arricchiti da  festoni floreali e da rosette, ma più ampia e più alta rispetto alle volte delle navate laterali, con i peducci che giungono sino al cornicione il tutto determina sulle pareti dell’attico un disegno ad arcate ogivali quanto mai aggraziato.

In aderenza alle pareti laterali, sono sistemati  l’altare di S. Agata, a sinistra, e quello di S. Sebastiano, a destra lungo i bracci che corrono lateralmente all’area presbiterale, si aprono due cappelle che presentano una certa profondità, ciascuna delle quali è inquadrata da due semicolonne doriche addossate alla parete e da un grande arco a tutto sesto.

Dai quattro spigoli interni, che si formano all’incrocio dei due bracci minori con quello maggiore della croce latina, si innalzano quattro grandi archi a tutto sesto con cordonature sulla faccia inferiore e con intagli sulle fasce frontali. Tangenzialmente ad essi, si sviluppa una trabeazione con metope inserite negli spazi creati da una serie di piccole mensole, sulle quali poggiano un sottile cornicione dentato ed un musetto perimetrale con tre finestrelle ovali per lato

Su tutta questa struttura si erge la volta centrale, il cui tetto cuspidato è coperto da un soffitto in legno, nel quale è inserita una grande tela quadrata.

La planimetria a croce latina della Cattedrale è completata dalla zona sacramentale, nella quale sono l’altare maggiore, la cattedra vescovile ed il coro; e poichè detta zona si trova su un piano alzato rispetto a quello delle navate (si accede infatti per due gradini), si dà luogo ad una ulteriore movimentazione delle masse della fabbrica.

Vi si trova, inoltre, la continuazione della fascia decorativa con le metope, del robusto cornicione e dell’attico sulle cui pareti si aprono altri tre finestroni.

La volta a crociera presenta le vele coperte da tele ; anche nei lunotti dell’attico sono inserite delle tele.